Big Data alla mano, rivendico il fattore “uomo”

MARINA BREZZA

“Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato”

Albert Einstein

Perfettamente dotati di appendici tecnologiche quali computer, smartphone, macchine fotografiche digitali, tablet e device di ogni tipo, interagiamo in ogni momento con l’ambiente che ci circonda, vicino o lontano, generando dati. Ogni nostra relazione con il mondo, attraverso la rete, ne produce inevitabilmente altre e, parzialmente inconsapevoli del processo metabolico di cui siamo al contempo artefici e fruitori, alla fine rivendichiamo con orgoglio “I dati… siamo noi!” come sostiene Alexander Jaimes, ricercatore presso Yahoo! Research, presente alla recente “Big data in a living Web”. E se oggi è ancora possibile compiere qualche azione senza l’ausilio del computing, un prossimo futuro vedrà sempre più limitata questa facoltà, e di conseguenza la circostanza che legherà inevitabilmente a (quasi) tutti i gesti umani la creazione di dati. Così il tema Big Data si impone urgentemente ad esprimere una enorme quantità di dati frutto di un’interazione tra le persone sempre più orizzontale, che ha sostituito i modelli “one to one” del telefono e il “one to many” della tv. Nella trasmissione di dati decentralizzata e “many to many” della rete e dei social media la produzione di informazioni e contenuti ha raggiunto livelli esponenziali e la loro gestione, oltre che impresa titanica, si sta rivelando una miniera d’oro, come afferma Hal Varian, capo degli economisti di Google.
Uno dei principali interesse per le imprese sarà infatti sempre più quello di analizzare dati di ogni tipo, forma e natura, allo scopo di estrarre più valore possibile, alla maggiore velocità. Questo imponente numero di dati non strutturati necessita però di strumenti totalmente nuovi per essere analizzati e resi accessibili agli interessati.
Tra i nuovi strumenti si impone di forza l’analisi semantica, utile a decodificare la mole di contenuti di senso compiuto, ma non facilmente classificabili in tabelle e schemi, e un’infinità di termini sempre insufficienti a definire le numerose attività di monitoraggio e analisi del web 2.0 e 3.0. Nascono così neologismi di sintesi che indicano nel contempo l’insieme di prassi e la direzione di ricerca da intraprendere, come Opinion meaning e Sentiment Analysis.
Resta comunque sempre aperta la domanda fondamentale: cosa cercare in questo sconfinato spazio abitato da infinità di dati e, soprattutto, con quale metodo?
Partendo dalla formulazione di un’ipotesi, potremmo infatti trovare moltissimi dati che, come ricordava Massimo Chiriatti già nel 2009 , potrebbero falsificarla, tale è l’impossibilità di giungere ad una verità definita, nell’imponente processo cui sottoponiamo la nostra ipotesi “lanciata” nelle conversazioni sul web e sui motori di ricerca. “La disponibilità dei dati è una condizione necessaria per la verifica empirica, ma non è una condizione sufficiente. Pensiamo spesso che più risultati troviamo più abbiamo ragioni di credere che le nostre ipotesi siano corrette… Non è la quantità dei dati disponibili una misura per valutare la bontà di una ipotesi, ma è la precisione con la quale si può scoprire anche un solo dato che conferma se la teoria ipotizzata è plausibile o fallace”.
Così come alla possibilità di disporre di tutti i dati prodotti non corrisponde necessariamente la rivelazione della risposta alla nostra domanda, alla possibilità di avvalersi di nuovi e sofisticati sistemi di analisi non corrisponde certamente l’individuazione immediata del valore che l’utilizzo dei dati potrebbe apportare.
I dati, oltre ad essere raccolti ed archiviati adeguatamente, necessitano di una lettura integrata e di essere messi in relazione, all’interno di una visione olistica del mondo, in cui le componenti, siano esse Stati, istituzioni, imprese, esseri umani, non più separati tra loro, concorrono alla creazione di un vero e proprio organismo vivente. Insomma, prima di affermare, come Jaime Fitzgerald, che ha concluso il suo intervento alla citata conferenza su Big Data col provocatorio “Crediamo in Dio, se abbiamo i dati sufficienti”, direi “Crediamo nei dati, se abbiamo visioni intelligenti”, in grado di conferire loro ordine e anima.

0
Condividi
Facebook Twitter Linkedin Email

3 thoughts on “Big Data alla mano, rivendico il fattore “uomo”