Cubani, hot dogs e forme di comunicazione

ANDREA CAMPAGNOLO – E’ di questi giorni di inizio 2012; l’Iran testa missili a lunga gittata in grado di colpire Israele.
Curioso, oltreché drammatico, sembra quasi un tema a scadenza storica con cui gli USA si trovano a dover fare i conti: far desistere un paese dal puntare missili contro sé stessi e i suoi protetti.
Drammatica queste diverse dimostrazioni di forza, una di potenza e precisione del “fuoco”, l’altra, dimostrata ormai da decenni la prima, dimostra come la capacità d’influenza simbolica, il controllo riflessivo sulla percezione dell’informazione e la rappresentazione degli eventi siano ormai strumento politico, strategico e tattico, siano essi militari o civili.
Per dare senso all’azione diventa indispensabile, all’interno ed all’esterno del conflitto, rappresentarla, ri-costruirla con una copertura mediale globale che influenzi tutti i possibili attori o recettori.
Da anni studio la negoziazione addentrandomi nei meandri della sua complessità leggendo, studiando casi, analizzando filmati ecc. Nell’attività d’aula che svolgo con i gruppi mi ripropongo sistematicamente di indicare linee guida precise che permettano ai partecipanti di uscire con le idee chiare su come si prepara, si sviluppa e si chiude una negoziazione.
Tuttavia mi rendo conto come, pur esistendo questo vademecum di regole e best practices, la negoziazione efficace si debba sganciare dalla schematizzazione e puntare su “strumenti” quali il pensiero creativo e la gestione dello stress che di schematizzabile hanno poco.
Chi nella vita è chiamato a gestire rapporti e coordinare interessi, sa quanto tutto questo rappresenti una sorta di danza senza pause e quando anche esistano quelle che in gergo definiremo fasi di stallo, assumono anch’esse comunque una dimensione dinamica e non statica della negoziazione stessa.
E’ inoltre curioso il fatto citato in apertura, perchè recentemente con Forma del Tempo abbiamo messo a punto un progetto intitolato: “Hasta la victoria siempre” – come comunicano i miti – in cui si propone di analizzare le modalità di comunicazione di alcuni personaggi famosi e scoprirne i perché della loro efficacia; e tra i casi da cui si prenderanno spunti in Hasta la victoria c’è quello della crisi dei missili russi a cuba durante la guerra fredda.
E’ forse uno tra i casi di negoziazione tra i più famosi nella storia della diplomazia, a distanza di tanti anni sembra un episodio di crisi tra USA e URSS come tanti altri, ma la consapevolezza che si sviluppa nel rileggere quella vicenda è drammatica; mai l’umanità come in quella circostanza è stata vicina all’autodistruzione e mai come in quel caso le abilità dei negoziatori raggiunsero livelli così elevati  di perfezione e complessità.
Non è un caso se i protagonisti assoluti di quella vicenda siano stati John e Bob Kennedy, i 2 fratelli più amati e odiati dall’opinione pubblica americana e mondiale, due assoluti protagonisti della storia recente a discapito della loro breve vita.
Tuttavia grazie ad una nutrita documentazione quel caso testimonia l’importanza del team nella negoziazione, dell’organizzazione, delle competenze, della lealtà, del coraggio e soprattutto della capacità di usare la creatività fino all’ultimo istante.
Ritengo che negoziare sia una delle attività più dispendiose in assoluto, è consigliabile non farlo se non si è costretti, ma chi oggi non è chiamato a negoziare se il ruolo che occupa socialmente implica responsabilità, relazioni e obiettivi?
“Sono negato”, “non  ho la pazienza”, “negoziatori si nasce”, “non mi piace mercanteggiare” sono solo alcune delle frasi che stanno dentro il nostro cervello pronte a determinare “piccoli” (quando va bene) disastri quotidiani.
Indagando poi scopriamo che molti tra i grandi della storia affermano di aver capito solo attraverso gli anni che la propria missione della vita era l’impegno sociale per i diritti umani, come dichiara ad esempio Mandela nella sua autobiografia o che dichiarano come Amos Oz: “il compromesso è la mia filosofia di vita”.
Negoziate gente, negoziate

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One thought on “Cubani, hot dogs e forme di comunicazione

  • 16 gennaio, 2012 at 12:15
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    Poiché aumentano i conflitti, aumentano le occasioni negoziali. Nelle gerarchie i capi a volte credono di non dover negoziare ipotizzando di avere potere a sufficienza. Ma dentro, in uno spazio tra la mente ed il cuore, le persone decidono se mettere se stessi nel lavoro oppure no. Il negoziato è una modalità per costruire capitale sociale. Grazie, bel post.

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