Papà, sono diventata uno squalo

PAOLO BRUTTINI – Lei era in crisi. Il suo faccino ancora giovane, benché fosse già da alcuni anni laureata, era rigato di lacrime. Un’ora dopo si sarebbe specchiata negli occhi algidi del suo capo, contemplando il fallimento. Il primo della sua corsa come coordinatore di trader. Si augurava non fosse l’ultimo. La incontrai in ascensore mentre andava da lui, a conoscere il verdetto. Mi disse “avrei bisogno di avere qui mio padre, con me”
Io ero lì per un buon motivo: ero il coach del capo.
Quelli come lui, risalgono la scala gerarchica spesso perché sono mostri della performance. Spesso quelli come lui, separano le emozioni dal pensiero perciò sono lucidi ed essenziali. Quando cominciano ad essere importanti, ciò che sono non basta. Se i numeri crescono gestiscono eserciti ed allora è importante un comando diverso.

Il lavoro sulla leadership che conduco elabora le immagini dei leader che abbiamo introiettato. Il primo tra tutti il proprio padre. Fare un coaching ad un quarantenne significa elaborare un modello paterno post sessantottino. Quella fase di trasformazione sociale e culturale ha comportato grandi cambiamenti tra cui anche  l’evaporazione del modello stesso.
Il padre presidia le leggi e quindi regola il desiderio. Come il capo deve essere normativo, pretendere il rispetto delle regole, dare i limiti. Senza limiti non vi è potere, ma gratuità che si declina in violenza oppure in consumo di relazioni senza scopo. Il limite definisce una possibilità che si giustifica per sottrazione. Il desiderio muove le capacità necessarie per soddisfarlo. Il capo per tenere la relazione deve saper anche fare eccezione alternando rigore a strappi alle regole.
Di fronte alla crisi della leadership in questi tempi confusi ed agitati, il collaboratore trova schizofrenicamente aperture e chiusure. Laddove in passato confliggeva per contendere il potere, per trasgredire alle leggi, oggi trova varchi intermittenti.

incorporato da Embedded Video


Il capo per necessità e per merito non può più presidiare pienamente le regole, poiché l’impresa evolve rapidamente ed altrettanto rapidamente le regole divengono obsolete. Cosa resta del padre dunque? La sua etica e la sua responsabilità. Da un lato emerge con prepotenza l’etica del fallimento (ne ho già parlato qua): poiché non è più solo il successo il viatico per il futuro. Il fallimento è la strada e la garanzia per l’apprendimento. Bisogna capire che se un giovane sbaglia nella gestione di un progetto, probabilmente la prossima volta non accadrà più.  Il secondo aspetto riguarda la responsabilità del capo. Non potendo più pienamente presidiare le regole, al padre (e al capo) si chiede di testimoniare la passione. Esprimendo desiderio, passione per il lavoro e per le relazioni si generano intensità emotiva, energia, vitalità. Passione: di questo è bene occuparsi nella cura della propria leadership.

Ho rivisto lei, tempo dopo, in una riunione, come sospesa su un trampolino prima di tuffarsi fra gli squali.  A pregustarsi il pranzo, un nugolo di collaboratori affamati. L’ho vista aprire gli occhi, respirare profondamente e masticare le parole. Per la prima volta si è buttata tra i flutti e ha elargito pugni e carezze. Alla fine le ho chiesto di questa trasformazione. Lei ha detto: “Adesso lui ed io ci parliamo, ed è tutto diverso”.

0
Condividi
Facebook Twitter Linkedin Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*