Born to be wise

GABRIELE GARBUCELLI – Società e organizzazioni, sistemi che spesso nelle loro caratteristiche si rispecchiano, talvolta rigidi e sovente brulicanti di informazioni e conoscenze mal governate che tendono più a sfiorarsi tra loro piuttosto che generare la sintesi in nuovi saperi.

In senso generale percorriamo un cammino verso una nuova identità. Abbiamo nuovi strumenti per condividere le nostre esperienze, social network, community, intranet 2.0, ma siamo realmente pronti a tutto questo? Risuonano in me le parole di Robert Putnam la sua riflessione sulla società attuale, estremamente individualistica, e di come questa plasmi il nostro agire, aggiungo io rendendoci troppo di frequente più simili a crisalidi, ricche di saperi, e talenti gelosamente custoditi. Tendenza, questa, che permea tutti gli spazi dell’agire umano, favorendo la progressiva perdita di un approccio culturale realmente comunitario, di condivisione, che allontanerebbe sempre più l’uomo dagli altri, dai suoi simili, nonché dalla più ampia partecipazione sociale.

E nelle organizzazioni? Accade più o memo la stessa cosa e Nonaka e Takeuchi, interpretando oggi il tangibile bisogno di creare un vero sapere condiviso, individuano, a fianco delle conoscenze tacite ed esplicite, una terza componente, un nuovo pezzo del puzzle, in grado di generare crescita e sviluppo, la practical wisdom.

La practical wisdom, derivata dalla “phronesis” aristotelica, rappresenta quella conoscenza tacita acquisita mediante l’esperienza che rende le persone in grado di agire guidati da valori e morale. La sua integrazione quale elemento fondante lo sviluppo organizzativo nasce nella volontà di affiancare al “conoscere il perché” e a “conoscere il come” delle cose anche il “sapere cosa andrebbe fatto”.

Al leader di turno, ma non solo a lui, si chiede una cosa fondamentale, si chiede oggi di saper guardare oltre, di comprendere finemente la realtà nella quale il vivere umano si esprime.

Questo messaggio coinvolge tutti noi, dentro e fuori dalle aziende, a governo della complessità che contraddistingue il nostro presente e che ci configura come nodi sempre più interconnessi tra loro, dove l’azione di uno non può prescindere dalle ripercussioni che genera nell’altro.

Ecco che il “wise leader” svolge il fondamentale ruolo nella definizione di un agire che tenda verso il bene comune, scavalcando le logiche del profitto del singolo (e questo sì che è veramente social!), nel saper creare contesti di condivisione fertili stimolando l’aggregazione tra le persone, nel saper cogliere l’essenza delle cose e comunicarla, ma soprattutto essendo in grado di trasferire questa visione a tutti, promuovendo una leadership distribuita che “schiacci” la tradizionale verticalità della struttura gerarchica.

Trovo tutto questo stimolante, con il senso di responsabilizzazione che trasferisce, che più che appesantire le spalle mi pare apra un squarcio verso una nuova consapevolezza.

 

 

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3 thoughts on “Born to be wise