L’uovo alla coach

BARBARA FOSSI – Dottore, è grave? Quante volte ci siamo affidati al giudizio di qualcun altro per capire la situazione in cui eravamo finiti: dal dottore, dal commercialista, persino dal personal trainer andiamo armati di domande il cui fine è: mi dica Lei che cosa fare.

Dal coach no. Il coach ti ascolta, ti sostiene, ti aiuta a riflettere. Il coach è disponibile, allegro o compunto (mai demoralizzato, altrimenti ciao). Il coach c’è. Ma non ti dà la ricetta di che cosa fare e come farlo. Certo, nessuno dei professionisti a cui noi ci rivolgiamo ci può costringere a seguire i consigli che danno: ma il coach proprio non ci pensa a darli. E’ questa la differenza: in una sessione di coaching siamo soli col coach – che ci sprona ad essere soli.

Eppure non siamo soli. C’è qualcuno che ascoltandoci, provocando, facendo una battuta o chiedendoci di riassumere tutto quello che abbiamo detto nell’ultima mezz’ora in DUE parole (alle volte anche una sola!) ci porta a chiarirci il concetto, a capire come fare diverso, a voler approfondire la motivazione ad una nostra reazione, ad aprire gli occhi su una situazione che è sempre stata davanti a noi – e che sempre abbiamo evitato di comprendere veramente.

In presenza di un coach non chiediamogli ricette sulla soluzione di un problema: farebbe diverso da noi ed è questo che non funziona. Ma lui (o lei, il coach insomma) ci direbbe: la ricetta la sai già, devi solo tirarla fuori. Qual è stata quella volta, simile a questa, in cui sei riuscito a risolvere quello stesso problema? MAI – ci viene immediatamente da pensare, non sono mai stato così nei guai, non mi hanno mai veramente chiuso la porta in faccia, il mio capo non ha mai preteso l’impossibile come sta facendo ora, il mio collega … avevo un collega, ora non più. Beh, sapete una cosa? Nella maggior parte dei casi tendiamo a ripetere un comportamento in situazioni simili (paragonabili per contenuto se non per personaggi). Si tratta quindi di srotolare il nostro pacchetto-esperienze per capire che cosa fare e come farlo ispirandoci a qualcosa che abbiamo già fatto – e che quindi sappiamo già fare.

La  ricetta del coach è un po’ come l’uovo di Colombo – io la chiamerei l’uovo alla coach.

Ad esempio: Marco è irascibile e non si sopporta più neanche lui. Si rende conto per primo che il suo comportamento è inaccettabile coi superiori, indispone i colleghi, spaventa i collaboratori. Marco è fatto così, è più forte di lui, non cambierà mai, inutile neanche provarci: la rispostaccia arriva prima del pensiero. Meglio rassegnarsi e trattare male tutti, no?

Che vantaggio ha Marco a rispondere male? Nessuno. E’ solo che quando ha fretta (ah-a, allora non sempre) è assorbito talmente dal suo obiettivo che qualsiasi cosa si inframmezzi gli dà l’ansia. Per poi, subito dopo, pentirsi della risposta sgarbata e mortificarsi (ma tra sé e sé, gli altri meglio che non sappiano).

Con chi invece è gentile? Con sua madre, una donna piena di problemi che non ha nessuno su cui contare – seppur abbia una grande famiglia. Ma, Marco, un cattivo carattere non cambia, la risposta arriva prima del pensiero, ci avevi detto. Non con sua madre, con lei non può, glielo deve.

Allora ecco che si compone la ricetta: quando è sgarbato, con chi non lo è, e quindi come fa ad applicare quel comportamento che usa con sua madre quando vuole.

Marco riesce ad essere più educato sul lavoro ora – ed il primo che ne beneficia è proprio lui.

0
Condividi
Facebook Twitter Linkedin Email

3 thoughts on “L’uovo alla coach

  • 6 febbraio, 2012 at 16:58
    Permalink

    Bello il titolo Barbara. Potremmo farne il titolo di un corso. Nella simbologia l’uovo in sé è il simbolo dell’anima (http://bit.ly/Az9jvp). Allora il mestiere del coach ha a che fare con il mestire dell’allev(n)atore di anime. Socrate con la Maieutica ci ha indicato una strada così come Freud, con la psicoanalisi ne ha indicato un’altra. La strada che proponi che passa dai comportamenti rifugge dall’idea di entrare all’interno della scatola magica. Dall’esterno crea le condizioni perché ciò che vogliamo accada veramente. Avrei giudicato fino a qualche anno questa strada, erronea, menzoniera e dunque seduttiva. Invece mi sono ricreduto. Ho lavorato lungamente con mio amico Max Lugli, coautore di questo blog e mio collega in Forma del Tempo e da lui ho imparato molte cose. Tra queste ho appreso il potere generativo del movimento che determina l’emozione (Grotowski). Il movimento può generare l’emozione, se ripetuto a sufficienza e legittimato come un rituale. Io che sono cresciuto in occidente ho imparato che il flusso (Stanislavskij) è dall’interno all’esterno. Ma si trattava di un dogmatismo. Mi sono ricreduto. Pur essendo la mia formazione psicosocioanalitica (quindi nel solco di un pensiero psicodinamico europeo) riconosco il valore dei metodi di cui sei portatrice. Grazie.

    Reply
  • Barbara Fossi
    6 febbraio, 2012 at 17:45
    Permalink

    Grazie Paolo del tuo commento. Io che vado per esperienza empirica, mi sono resa conto che a) la determinazione di ciò che vogliamo ci viene da dentro, ma alle volte non ne siamo consapevoli. Raggiungiamo quindi degli obiettivi … che non sapevamo coscientemente di esserci prefissati! Ho anche imparato che b) se noi ripetiamo per un numero sufficiente di volte un nuovo comportamento … questo diventa il nostro comportamento abituale. Ad esempio, se facciamo finta di non farci prendere dall’emozione ed agiamo di conseguenza, dopo un certo numero di volte che esercitiamo questo comportamento “fittizio” entra in automatico il nuovo comportamento. Come si dice con una espressione molto efficace in inglese: fake it, until you make it! ovvero, fai finta fino a che lo fai davvero.

    Reply

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*