Una sfida presente e futura: riattaccare mano, testa ed immaginazione

DANIELA COTTONE

“Perche’ tutte le volte che ho bisogno di un paio di braccia, mi ritrovo attaccato anche un cervello?”  Henry Ford

In un momento storico dove la letteratura manageriale indica alcuni vie possibili, quali la “leaderless organisation”, la “wise leadership” e ”l’innovazione manageriale” per sostenere persone ed organizzazioni nell’affrontare le sfide della post-modernità, spesso i  responsabili si ritrovano a fronteggiare collaboratori con difficoltà (o resistenze) a connettere testa, mano ed immaginazione.                               

Queste difficoltà spesso sono figlie degli apparati di management e dei sistemi produttivi che a partire dal 900’ si sono sviluppati nel  mondo occidentale. In nome del “management scientifico” ideato da Taylor (allora un vero rivoluzionario) e dei contributi di Weber – che vedeva nella burocrazia il massimo dell’organizzazione sociale –  migliaia di persone sono state costrette a conformarsi a standard e regole, sprecando cosi’ quantità enormi di immaginazione ed iniziativa (Hamel). Taylor affermava che gli operai non dovevano pensare: c’erano dei responsabili pagati per farlo.

Cosi’ la storia ha stabilito delle scissioni fra teoria e pratica, tecnica ed espressività, arte e mestiere, compromettendo l’intelligenza e la capacità espressiva (Sennett).

Prima della rivoluzione industriale,  il sistema produttivo era caratterizzato dalla presenza di botteghe artigiane nell’ambito delle quali l’acquisizione di abilità tecniche da parte dei lavoratori era intimamente legata allo sviluppo del pensiero e del sentimento. Tali abilità si espandevano grazie al fatto che i lavoratori erano chiamati costantemente ad “aprire” e risolvere le problematiche che si presentavano nell’affrontare il compito. In questo modo, la ripetitività delle operazioni era caratterizzata da dinamismo piuttosto che da staticità meccanica e – grazie a questo approccio –  il “rapporto con l’oggetto” generava apprendimento, impegno personale e amore per il lavoro ben fatto per sé stessi.

Per rispondere agli imperativi della competitività e della crescita continua, i modelli gestionali applicati dalle aziende nel tempo hanno contribuito a trasformare il lavoratore da “uomo artigiano”  in “animal laborans”, essere  umano simile ad un bestia da soma, persona che fatica, condannato ad una ripetitività statica. Sulla scorta di questa eredità storica, siamo presi dal fare, dal produrre, dal conformarci a regole e procedure. La motivazione a fare bene il proprio lavoro è frustrata dall’imperativo della competitività e l’etica del lavoro ben fatto, che era propria dell’”uomo artigiano” non viene premiata o notata (Sennett).

Per sostenere le nuove sfide umane, sociali ed economiche, è fondamentale che le organizzazioni e la polis si impegnino concretamente a contribuire all’ “eudaimonia” (fioritura) di un “nuovo uomo artigiano” , di un “homo faber” che ridiventa artefice e creatore, che chiede non solo “come fare”, ma chiede e si chiede anche “cosa e perché” (Sennett, Arendt).

Nella nostra era post-moderna possiamo assimilare all’”uomo artigiano” i ricercatori di laboratorio, le comunità che ruotano attorno a un sistema open source come Linux, gli operai della Toyota.

Nel “qui ed ora” e per il futuro, il management dovrà  fare in  modo che la dichiarazione di Ford sia archiviata ne “museo archeologico manageriale”  e fare in modo  che nel tempo si possa  dire : “A due braccia c’e’ attaccato anche un cervello”.

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3 thoughts on “Una sfida presente e futura: riattaccare mano, testa ed immaginazione

  • 28 febbraio, 2012 at 23:43
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    Avrei detto che a chiudere il triangolo con testa e mani avresti indicato il cuore. Deve centrare certo con l’immaginazione in quanto virtù emotiva libera dal dominio della logica.

    Mi interessa la concezione del comando del faber. E’ uno che si sporca le mani sta in trincea valuta l’impatto delle decisioni ed e’ pronto a cambiare ciò che non funziona. Ben diverso da quel manager di cui parla Varanini in “contro il management” che pianifica una tantum e riduce la sua azione al comando e controllo (degli scostamenti). Questo e’ da mettere in discussione. Serve una nuova idea di potere. In questo blog proveremo a raccontarla

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  • Daniela Cottone
    1 marzo, 2012 at 11:14
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    Caro Paolo, è che non riesco e non mi autorizzo (neppure in questo blog) ad utilizzare la parola “CUORE”. La tua osservazione arriva, non casualmente (Lewin docet) proprio in un momento dove mi sto interrogando su questo, alla luce di quello che sta accadendo a me ed intorno a me…Cosi’ cuore ed amore finisco per stemperarli -come nella tavolozza del pittore – con altri colori…non utilizzo il “rosso fuoco” come colore solista. Nelle aziende questa parola fa paura, a volte addirittura gli sguardi si fanno sgomenti…altre volte le persone piangono. E allora nella mia posizione di consulente doso con cura ed attenzione i termini e per rendere la questione del cuore digeribile e sostenibile. La maggior parte delle volte devo fare il percorso inverso….dal faber e officina all’amare….Serve ujna nuova idea di potere? Si! Servono nuove idee, in genere. Grazie, Paolo, per aver stimolato il mio di cuore.

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