Borsa Valori!

MASSIMO LUGLI – L’Italia è in  crisi. La borsa scende, lo spread sale, i consumi calano, i risparmi diminuiscono. I nostri valori sono quindi in crisi? E’ oggettivo. Se ci manteniamo in ambito economico la domanda appare sicuramente retorica. Ma se usciamo dalla Borsa, cambiamo codice ed entriamo in quello dell’Etica forse non è più tutto così scontato…

Ho varcato la soglia della Biblioteca e lì sullo scaffale delle novità c’era l’ultima ricerca del Censis nell’ambito del 150° anniversario dell’Unità d’Italia (presentata a marzo 2012) dal titolo “I Valori degli Italiani”. Se mi fossi limitato al titolo, probabilmente non sarei andato oltre, anche perché ormai da anni non va più di moda parlare di «Valori» al di fuori del linguaggio economico. Eppure credo che soprattutto quando un paese, una comunità è in una fase di crisi economica (o di cambiamento) forse un “motore” che può aiutare la “ripresa” può sorgere proprio dall’interno e quindi dai valori. Così istintivamente, un altro passaggio, ecco il sottotitolo: “dall’individualismo alla riscoperta delle relazioni”.

Sorprendente!. Così ritiro il libro senza nemmeno aprirlo.

Ed ecco in estrema sintesi i contenuti. Dopo una prima parte che riassume i passaggi dall’unità d’Italia ai giorni nostri (gli anni 70) e che si può sintetizzare con lo slogan “dall’economia della scarsità alla società dei consumi e del benessere immateriale” ci si sofferma in particolare sugli ultimi 40 anni della nostra storia.

Gli anni 70-80. Il grande balzo in avanti. In questo decennio che pure ha visto una prima crisi globale, i consumi e il Pil viaggiano insieme di buon ritmo verso l’alto, mentre si evidenzia un decrescente peso dei consumi alimentari sul totale dei consumi globali segnale che evidenzia che l’Italia stava entrando nella fase post-sussistenziale o per dirla secondo la scala dei bisogni di Maslow dai bisogni più elementari (fisiologici) a bisogni più complessi di carattere sociale e di autorealizzazione.

Gli anni 80. L’era del pieno consumo: aumento del risparmio, diversificazione dei consumi. La soggettività si esprime attraverso l’esibizione del livello quantitativo di consumi e benessere (espresse nelle sue forme più estreme come nel caso dello yuppismo, dell’attenzione al look, ma anche in modelli di vita più orientati al benessere e alla cultura). Vanno emergendo una maggiore attenzione alla capacità individuale di scegliere, di differenziarsi, di ritagliare i consumi alle proprie esigenze.

Gli anni 90. Segni di saturazione: persiste una certa crescita dei consumi e un trend robusto di crescita anche se il trend è discendente rispetto agli anni 80. La crescita continua ma con i primi segnali di saturazione.

Il primo decennio del nuovo millennio. Più qualità che quantità: la crescita economica si attesta su livelli minimali. Si fanno strada a cominciare dal consumo alimentare trend che, partiti come espressione di nicchie altamente motivate, tendono a generalizzarsi e a ritagliarsi spazi importanti: prodotti a origine controllata, prodotti biologici ed equo-solidali. Si affermano quindi consumi con riferimenti valoriali e comportamenti e motivazioni all’acquisto di prodotti di aziende attente al rispetto dell’ambiente o “rispetto” delle persone in ambito lavorativo.

Questa evoluzione socio economica va di pari passo con un processo che riguarda gli aspetti dell’etica: primato della personalizzazione, del lento affermarsi del “se stesso”. L’individualismo diventa il motore dello sviluppo di massa e allo stesso tempo è un modo di essere, di percepire la propria esistenza: è fonte di emancipazione sociale da un lato ma anche della crisi del ruolo delle figure archetipe dell’autorità, dal padre all’insegnate al sacerdote. Si erodono i legami di appartenenza, socialità, si infrangono norme, regole, tutto ciò che limita la potenza in atto. L’individualismo spinto produce frammentazione e moltiplicazione dei soggetti che tende a rendere la politica più fragile che avrà sempre più difficoltà a incidere e a svolgere il proprio ruolo di orientamento sociale.

Oggi ci sono evidenti segnali di stanchezza: i consumi stanno diventando sempre meno impulsivi e più “consapevoli”, l’individuo non basta più a se stesso, cerca altri punti di riferimento a cui ricollegarsi perché sente che da solo può fare poca strada.

Il problema principale non è più quello della libertà dalle imposizioni, dalle regole, dalle tradizioni, ma quello della solitudine: «se sono l’unico maestro di me stesso, se non ho alcuna guida, come potrò crescere?» pare chiedersi l’individuo.

Ed ecco la tesi che emerge:

«Quello della crescita sembra il problema che più assilla la società italiana: l’individualismo permette e ha permesso solo una crescita limitata. Ma per nuovi impulsi e nuovi traguardi, occorre integrarsi in un tessuto sociale complesso, fatto di regole e di limitazioni degli impulsi.»

La via per uscire dall’ombra della crisi ed entrare nella luce del rinascimento?

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