Parliamo di capitale sociale

GABRIELE GARBUCELLI – Il capitale sociale è un tema che intendiamo evolutivo e complementare rispetto a quello del capitale umano, da sempre fondativo della cultura HR.

La rivoluzione Social entra in azienda ed alimenta un flusso di conversazioni. Noi diciamo che aumenta il capitale sociale organizzativo, ovvero un patrimonio di informazioni, ma soprattutto di fiducia, reputazione e rispetto che sono linfa per la progettualità. Una rete inestricabile di relazioni ma anche un filo, un ordito, una trama che rimanda a metafore femminili dell’antica Grecia. Nel segno di un potere “debole” – femmineo: il comando-controllo maschile lascia il passo ai processi auto-organizzativi. Ce la faremo a tollerare di non controllare tutto dal centro? Riusciremo ad abbandonare gli schemi e sentire il flusso che permea anche gli ambienti di lavoro? Se come dice Charlene Li “Voi non potete controllare, i vostri clienti, i vostri collaboratori, possono farlo. Voi no”, allora ci si può spingere a creare aziende senza capi oppure a ridisegnare l’azienda capendo chi sono i leader.

Il linguaggio del capitale sociale è la narrazione, quindi si leggerà di esperienze in cui l’educazione alla narrazione rende possibile la costruzione di un sentire comune. La divulgazione dei meccanismi manipolativi della narrazione rende i soggetti meno passivi e più in grado di diventare cittadini. Poiché quest’ultimo è il richiamo ad ognuno di noi formatori.

Non ci può essere cittadinanza organizzativa senza cittadinanza tout court.

0
Condividi
Facebook Twitter Linkedin Email

4 thoughts on “Parliamo di capitale sociale

  • Daniela Cottone
    12 giugno, 2012 at 00:27
    Permalink

    Caro Gabriele, penso che ci troviamo nel pieno di una rivoluzione che comporterà nel tempo dei veri e proprii cambi di paradigma. Tempo fa rispondendo ad un post di Ernesto, dicevo che per affrontare i salti evolutivi in essere ed in divenire sia inevitabile far emergere e fronteggiare le resistenze degli attori organizzativi, che spesso si amplificano quando si trattano temi “ansiogeni” ed emotivamente destabilizzanti quali favorire la “fluidità” l’”evoluzione dal basso, “allargare i confini”. E’ vero, la dimensione narrativa ed i processi di attribuzione di senso e significato – dove si presta attenzione a quello che è già avvenuto, dove si parla di una realtà che è una realizzazione continua grazie alla risignificazone retrospettiva delle situazioni e degli “oggetti creati” – sono cruciali in questa fase della storia del nostro mondo. Queste attività – che viaggiano e si amplificano attraverso la rete – credo che non potranno prescindere dai contatti faccia a faccia: il contatto umano diretto rinforza i legami, nessun social network puo’ sostituirsi integralmente alla forza delle relazioni “incarnate”. La tecnologia come mezzo e non come fine…
    E a proposito di donne e metafore femminili cito Ina Pretorious (teologa) la quale ci invita ad un pensiero postpatriarcale: per cominciare, meno vittimismo, meno antagonismo e agire con responsabilità. Invita i cittadini a pensare il mondo come “ambiente domestico”.
    Contro il dominio della tecnica, che non risolve un problema senza crearne altri, come ormai sappiamo, lei pratica e insegna quello che chiama il lavoro sul simbolico, con il quale comincia la trasformazione efficace. Vuol dire: presa di coscienza, di parola, di responsabilità. Vuol dire: disfare il vecchio ordine che continua a mettere al primo posto l’economia di mercato disprezzando i lavori di cura e di manutenzione.
    Il primo posto, al seguito di Arendt e Irigaray, lei lo assegna a un’economia della natalità, nella consapevolezza che non c’è vita senza una matrice fatta d’aria, d’acqua, terra, ma anche di affetti, parole, riconoscimenti.
    Questo “disfare” ci porta alla famosa Penelope di Omero (fonte: blog associazione internazionale delle filosofe) che partendo dallo stesso filo tesseva continuamente nuove trame…..
    tutto cio’ svilupperà nel tempo nuove forme di cittadinanza…sono ottimista…

    Reply
    • Gabriele Garbucelli
      12 giugno, 2012 at 14:52
      Permalink

      Cara Daniela, concordo sull’aspetto legato all’importanza dell’incontro faccia a faccia tra le persone, così sulla visione dei social network come mezzo e non come fine. Nello stesso processo di generazione dell’innovazione, così come nei processi di creazione di senso, l’incontro fisico, il trasferimento a gruppo “reale” (come definito da West) costituisce un momento imprescindibile per il loro completamento. Troppe sono le variabili in atto che arricchiscono e impreziosiscono le dinamiche relazionali, peculiarità che le tecnologie non sono ancora in grado di trasferire completamente.
      Bellissimo poi il tema riferito al dominio della tecnica e dell’economia di mercato che mi fa riflettere sul concetto di benessere, tema a noi caro. Queste due ideologie, che tralasciano molto per concentrarsi solo su alcune dimensioni, vedono nella scarsità delle risorse il paradigma di riferimento, ovvero dall’idea che una risorsa per essere bene deve essere scarso. Tutto gravita attorno a tale scarsità e portano ad una interpretazione del benessere in tale ottica, ovvero come risorsa scarsa e dunque “non disponibile per tutti” (Spaltro). Questo ci conduce ad una vera e propria avarizia di tutti gli aspetti che citavi tu, cura, manutenzione, affetti, riconoscimenti ecc. un’aridità pervasiva che fa vivere nel singolo un sentimento di sfiducia ed inefficacia a cui ne consegue l’inevitabile deresponsabilizzazione generalizzata che attraversando il sé coinvolge l’intero sistema. Da qui ne deriva l’importanza di nuove strutture, nuove trame. Questo per dire che anche secondo me si creeranno nuove forme di cittadinanza, e quanto è vero che i sentimenti positivi si trasmettono alla stregua di quelli negativi, così come il benessere individuale massimizza quello collettivo, il tuo ottimismo costituisce un presupposto fondamentale!

      Reply
  • Massimo Lugli
    12 giugno, 2012 at 13:18
    Permalink

    Tre cose:
    1.Le comunità sono sempre esistite.
    Le modalità di incontro prevalenti sono state quelle del face to face. Oggi ci sono nuove possibilità. Queste non si sostituiranno alle precedenti ma si integrano. Se riusciranno a fare ciò il valore delle comunità aumenta: fin’ora in gran parte le comunità sono state “governate” e/o “controllate”(il dibattito è aperto!). Oggi l’entropia aumenta. La possibilità di nascita di community, cerchie, forum, etc è infinita e quindi fuori controllo.
    2. I social media sono una rivoluzione.
    Il controllo è ora a due vie. Dall’alto e dal basso. Il controllo dovrà passare da ispettivo a potenziale, i capi dovranno essere leader, i leader facilitatori… insomma anche i capi saranno valutati! L’importante sarà la reputazione e mantenerla.
    3. Siamo pronti? Tutto bello?
    No (mio parere) perchè?
    Nelle community (quelle sul web) occorre ascoltare di più, leggere e rispondere. Se si contribuisce solo, se si vuole solo “emergere” qui come è accaduto in molti casi nelle comunità sociali avrà spazio solo chi cercherà di soddisfare i propri bisogni personali.
    La Community è attiva e si attiva quando serve… (ogni tanto va in vacanza, poi ritorna!) ovvero non è esaustiva per le persone ed è capace di trovare altre forme di incontro, in altri spazi e luoghi (Tutti a Soragna! quindi).
    In conclusione… una narrazione, un piccolo libro, una canzone, forse senza senso o forse no! lo trovate qui… http://vimeo.com/16259944 .

    Reply
  • Daniela Cottone
    12 giugno, 2012 at 21:29
    Permalink

    Gabriele, Max
    mi piacciono questi scambi e gli scambi resi possibili dal Blog FDT che ora diventano “incarnati” con la Notte dei Formers. Nel nostro “piccolo” ci stiamo provando…segno che speranza ed ottimismo si nutrono di esercizi attivi e concreti. Ho appena pubblicato un link con un articolo apparso oggi sul Corriere della Sera….date un’occhiata appena potete…

    Reply

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*