L’illusione del burattinaio

SILVIA CARATTONI – Nei percorsi di formazione su comunicazione e lavoro di gruppo che ho portato avanti in questi anni emergeva inizialmente sempre una generale sensazione che si può riassumere nella domanda: “ma a cosa serve tutto questo?”. A fronte però di questa perplessità, nei racconti dei partecipanti, spesso ritrovavo un vissuto di difficoltà di gestione delle relazioni; dalla semplice maleducazione come sintomo di mancanza di rispetto reciproco, all’impossibilità di trovare un accordo sulle modalità di portare avanti un lavoro.

Tutto sembrava girare intorno alla domanda “perché gli altri fanno quello che fanno anche se è palese che non va bene?”.

Mi sono chiesta allora l’origine di tale discrepanza, dal mio punto di vista nulla è pensabile al di fuori della relazione, e l’individuo ne è parte integrante.  Autori come Bateson e Watzlawick ci hanno dimostrato come un comportamento disfunzionale non sia imputabile all’individuo, ma sintomo del malessere di un sistema inteso come persone in relazione.

È  proprio perché siamo immersi nelle relazioni fino al collo che ci risulta difficile vederne i contorni e comprendere il ruolo che esercitiamo in esse?

Mi sembra di trovare risposta alla mia domanda in uno degli “errori epistemologici” definito da Bateson come il tentativo di controllare una parte del sistema a cui apparteniamo, quando in qualità di individui ci vediamo al di fuori della relazione e in grado di osservare e avere un ruolo rispetto agli altri che ci consente di esercitare un controllo sulle altre persone.

È forse poi necessario  prendere in considerazione la distinzione offertaci da Von Foster, che implica un altro errore in cui spesso incappiamo, cioè quello di trattare le persone come macchine banali, determinabili e prevedibili, piuttosto che macchine non banali dotate di uno stato interiore, che a fronte di un unico input producono una serie di output, che a volte sfidano le nostre possibilità di comprensione. Errore questo che ci porta a confidare nella trasmissione di istruzioni al di fuori della condivisione di senso.

Se immaginiamo quindi un gruppo di lavoro come un sistema che perpetra l’illusione di controllo esercitata su macchine banali, non gli resterà alternativa che immaginare una forma di gestione delle relazioni che corrisponda a questi criteri, ritenendo le relazioni come una variabile ingovernabile di per sé se non con modalità coercitive, manipolative o ricattatorie. Escludendo la possibilità di interrogarsi su ciò che sta accadendo attribuirà alla parte del proprio sistema che al momento appare disfunzionale, la responsabilità del malfunzionamento generale.

Quello che auspichiamo è un cambio di ottica: dal vedere le relazioni come una variabile da controllare a capitale sociale su cui investire.

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2 thoughts on “L’illusione del burattinaio

  • Barbara Fossi
    1 agosto, 2012 at 10:39
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    grazie Silvia, quello che scrivi è molto vero… se solo lo sapessimo o ce lo ricordassimo molto più spesso…! Intendo dire, che la nostra reazione sia anche frutto della relazione: argomento importante. Il controllo sugli altri e su di noi, sugli eventi e sulle casualità (pensiamo alle previsioni del tempo o all’oroscopo – senza dare ai due la stessa precisione): noi siamo ciò che controlliamo? fortunatamente no. Io adoro gli imprevisti, occasioni di tenere allenata la mente e il carattere, eppure sono sempre a controllare la mia vita, quella degli altri per quanto posso e lamentarmi di tizio e caio, quando invece anch’io sono complice della situazione. Vista così sembra una vita rigida e lungo una strada senza uscita… fortunatamente qualcosa che ancora io non so sta per accadere… 😉

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