Quando il gioco si fa duro e il giocattolo va in frantumi…si cambia: dal poker (o dalla guerra) al gioco dei beni relazionali

DANIELA COTTONE – Durante la preparazione de “La Notte dei Formers”,  lavorando con i miei compagni ho avuto la fortuna di “incontrare” gli scritti dell’economista e ricercatore italiano Luigino Bruni. Cosi’ mi è venuta voglia di approfondire e di acquistare la sua ultima pubblicazione “Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni” (Città Nuova Editrice, 2012).

Bruni sostiene che l’economia moderna ha scelto di basarsi sulle passioni più semplici e tristi dell’essere umano facendo leva sull’assunto di base che l’essere umano e’ egoista, opportunista ed animato dal “self-interest (Hobbes, Pantaleoni). In questo modo la persona umana ha smesso di credere nella fonte piu’ potente di energia rinnovabile: la sua forza spirituale e morale, la forza che risiede nel pensiero generativo. Questo tipo di energia – ad esempio – si e’ vista nel nostro Paese quando si e’ avviata la ricostruzione dopo la fine del fascismo e del secondo conflitto mondiale.

E, se è  vero che l’uomo contemporaneo, bloccato nella sua espansione del Sé e nella sua volontà di potenza/onnipotenza deve ora fare conti con un “codice dell’impotenza” (che – essendo un tabù della modernità – e’ tutto da costruire), la speranza risiede proprio nel recupero della sua forza spirituale e morale e della reciprocità nelle relazioni con gli altri.

Infatti, la crescita e lo sviluppo di un Paese non dipendono solo dall’azione delle istituzioni, ma anche dai comportamenti quotidiani di milioni di persone che nel presente e nel futuro possono guadagnarsi maggiori spazi in ambito civile e della sfera pubblica.

Il paradigma dell’”Homo oeconomicus” inteso come semplice massimizzatore di interessi personali e’ entrato definitivamente in crisi. Eppure, nonostante i fatti ed i dati che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente, le persone comuni ed anche i politici pensano ancora al mercato come ad un “gioco a somma zero” come il poker o  la guerra (Edgeworth) , dove se uno guadagna un altro perde e le fiches si moltiplicano fino a distruggere il gioco stesso (vedi la crisi attuale).

Che ci sia un’inversione di tendenza e’ confermato da studi empirici che dimostrano che gli esseri umani -prima di cercare interessi e guadagni – sono cercatori di stima, approvazione sociale, relazioni e riconoscimenti (Tomasello).

Allora, quando il gioco si fa duro e il giocattolo ormai e’ in frantumi, l’orizzonte futuro e’ quello di dar vita  un’economia della persona, che pone al centro i beni relazionali e quelli ambientali uscendo dal paradigma delle pura funzionalità dei beni e delle persone ricondotte entrambi ad una pura logica di profitto e godimento invdividuale. Lasciandoci alle spalle  l’ossessione dell’”Io” e del “Noi”.

E se le domande che oggi ci facciamo sono superficiali e sbagliate, forse possiamo – come esorta Bruni – cambiare la domanda:

  • Le organizzazioni  possono accrescere la loro  capacità di fare futuro attraverso le relazioni sociali?
  • Si puo’ affiancare alla dimensione economica anche il Pil dei Beni Relazionali?
  • L’imprenditore oggi puo’ diventare sociale?
  • Dobbiamo aspettare le istituzioni e/o un ulteriore peggioramento delle condizioni socio-economiche, prima che le aziende incomincino ad utilizzare le logiche del capitale sociale per ritornare a crescere ed innovare?
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