Vivere da Dio, distruggere Roma e dominare il mondo

ANDREA CAMPAGNOLO – Parlare di capitale umano senza parlare del capitale dell’umano rischia di apparire una riflessione su un contenitore senza contenuto, tutto deve trovare un significato, senza uno scopo non siamo indotti a fare niente, “siamo  animali tendenti all’inerzia” direbbe un antropologo, “questo siamo”.

La storia dei grandi condottieri racconta di Annibale che di fronte alla possibilità di distruggere l’odiata Roma tentenna e desiste, paura della sconfitta o paura di non avere un nemico che desse un senso alla sua esistenza?

Altri narrano di Alessandro Magno che fin da ragazzino fosse preoccupato delle troppe vittorie di suo padre Filippo, perché non gli stava lasciando niente da conquistare e dicono che si sia messo a piangere di fronte all’Oceano Indiano perché non c’era più un angolo di mondo conosciuto che già non gli appartenesse.

Anche gli eroi moderni non scherzano, Boris Becker in un intervista dichiarò di aver seriamente pensato al suicidio subito dopo il raggiungimento del primo posto nella classifica mondiale dei professionisti.

Maslow, forse il più grande esperto di motivazione e se non altro l’autore più citato per la sua famosa piramide dei bisogni, avrebbe spiegato il fenomeno  dicendo “gli obiettivi raggiunti non sono più soddisfacenti”.

Credeva di aver capito l’arcano meccanismo che permette agli umani di vivere da Dio, ma quando fu sul letto di morte si rammaricò di non aver letto la sua piramide al contrario e aver messo al primo gradino l’autorealizzazione e scoperto il capitale dell’umano.

“Noi non dobbiamo cessare di esplorare, e il fine di tutta la nostra esplorazione sarà quello di arrivare là dove cominciammo e di conoscere quel posto per la prima volta”

T.S. Eliot

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One thought on “Vivere da Dio, distruggere Roma e dominare il mondo

  • Daniela Cottone
    3 luglio, 2012 at 23:55
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    Caro Andrea, leggendo il tuo post ho pensato quanto nel linguaggio comune – per fortuna – riscontro sempre di più in affiancamento o in sostituzione del termine scopo e obiettivo, il termine “Progetto”. La parola progetto deve fare i conti con gli ostacoli, la resilienza, la perserveranze e l’amore che metto in quello in cui credo. Riporto di seguito una riflessione di Gino Pagliarani, che già nel 1990 parlava di progettualità
    “Da molti anni propongo e pratico, insieme con l’approccio psicosocianalitico, un modello di psicoterapia che ho chiamato progettuale mirante a fondare o a rinvigorire – quali che siano i guai e gli ostacoli – la capacità di progettare vitalmente l’esistenza. Dico soltanto la sua parola chiave: nonostante. Per cui, in quanto risolutamente ribellandosi alla rassegnazione (ormai è troppo tardi , ormai) e alla disperazione (non c’e’ niente da fare) ci si dispone ad una natalizio “Perché no”?

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