A cavallo di un sogno per diventare come i Fab4

Copia di MozartEinsteiMcCartney

ANDREA CAMPAGNOLO – In questi giorni sono alle prese con una lettura appassionante come la biografia di Albert Einstein (a volte mi chiedo chi me lo faccia fare), sto per finirla ed è bellissimo scoprirsi rapito da una lettura di cui capisci l’1%, soprattutto quando ci si addentra negli approfondimenti della teoria della relatività e della meccanica quantistica.

E’ come essere rapiti dalla sinfonia che le rappresentazioni mentali di quest’uomo riescono a diffondere nella tua immaginazione e con lui perdersi tra le fermate del tram intenti a conversare con Bohr.

Come si fa a non essere affascinati da quello che Csikszentmihalyi (provate a dirlo se ci riuscite) chiamava “stato di flusso mentale”? La condizione in cui si trova chi è totalmente assorto da quello che sta facendo o pensando. Possiamo definirla l’essenza della felicità?

Si potrebbe pensare “facile per Einstein, era un genio e faceva quello che gli piaceva”, in realtà sembra che la sua più grande passione non fosse la fisica, ma la musica, in particolare amava Mozart (ops, altro genio) ma non divenne mai un grande violinista perché aveva una sorta di limitazione nella coordinazione manuale necessaria per raggiungere determinati livelli.

In realtà più del genio di Einstein mi appassionano il suo impegno pubblico in nome dei diritti sociali e la sua caparbietà.

Sì la sua caparbietà, ostinazione, perseveranza, chiamatela come volete. Quella che lo induceva per ore e ore a pensare come dimostrare le sue innumerevoli teorie, o contrastare quelle che non lo convincevano.

Alcuni esperti del comportamento definiscono l’unico vero talento, la forza di volontà.

Non basta fare quello che ci dà piacere per ottenere risultati importanti, bisogna capire cosa ci viene meglio e, raramente, le due cose coincidono. Come a dire, non sempre il grande chirurgo prova piacere nell’eseguire un intervento d’ernia, soprattutto dopo che ne ha fatte a migliaia.

Eppure noi che facciamo i consulenti per lo sviluppo delle risorse umane spesso ci dedichiamo ad obiettivi di miglioramento che prevedono di individuare i punti di debolezza delle persone in azienda e facciamo in modo che li riducano, li uniformiamo e li rendiamo tutti mediamente bravi, o mediocremente bravi.

Spesso però questo approccio lascia per strada i veri punti di forza perché non si tiene in considerazione che potremmo scoprire che quel professionista è un grandissimo progettista, formula concetti altamente innovativi e permette all’azienda di essere leader di mercato, ma, non sa fare squadra.

Un gruppo vero è quello in cui ci si compensa, o come direbbe Paul McCartney (accidenti un altro genio) per definire i Beatles “eravamo come i quattro angoli di un quadrato”.

Credo sia un modo efficace di definire la forza di un gruppo. A volte la miglior cosa da fare è lasciare ciascuno nel suo angolino e trovare qualcuno in grado di far da cornice per la convivenza degli angoli.

Allora, rifacendomi ad uno dei tanti aforismi di Einstein, perché non proviamo a mettere da parte il tanto celebrato know how per trasformarlo in imagine how confidando nell’enorme potere delle persone di trovare risposte alle situazioni più critiche.

In fondo “Its all relative!”

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3 thoughts on “A cavallo di un sogno per diventare come i Fab4

  • 25 maggio, 2013 at 19:38
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    Caro KamPha,
    in tredici anni di Coop ho avuto la fortuna di seguire numerosi corsi sui più svariati argomenti. Ne ricordo in modo estremamente piacevole 4, e di questi, 3 erano corsi della FdT.
    Ora siccome io ho il difetto di essere estremamente critico nei confronti del mio prossimo (parafrasando Massimo D’Alema, io di solito sono d’accordo con chi la pensa come me), devo dire che alla fine di quei corsi il cui scopo era di individuare e ridurre i punti di debolezza, i soli colleghi/e che hanno modificato il loro modo di proporsi, erano gli stessi che comunque cercavano quotidianamente una ragione per fare un passo avanti (1 o forse 2 su 10).
    Allora i corsi sono inutili?
    Assolutamente no! Io ritengo di avere imparato tante piccole cose, forse particolari apparentemente insignificanti, ma sono i particolari che fanno la differenza.
    Esiste un corso per far comprendere a tutti l’importanza dei corsi?
    E’ vero che tutto è relativo, ma dentro a questo tutto relativo ci sono anche due cose infinite: l’universo e la stupidità umana (anche se del primo Einstein non era sicuro).
    Un saluto carissimo, Don (iper LeMura)

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    • 26 maggio, 2013 at 22:58
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      Io penso che per la formazione valga la stessa regola dei libri, così come la definì anni fa Umberto Eco. Quando compri i libri cominciano a fare effetto su di te senza che tu li leggi. Un giorno potrai leggerli, ma non è detto accadrà.
      A un corso puoi assistere senza che questo ti produca alcun effetto apparentemente. Poi, un giorno, per qualcuno scatta un clic, e molte cose riacquistano significato.
      Grazie Don per l’attenzione che doni al blog. Un carissimo saluto anche a te.

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      • 1 giugno, 2013 at 19:34
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        E’ verissimo ciò che dici Paolo, io per esempio (devo ricordarmi di scusarmi sempre per questa ostentazione dell'”io”, ma nel momento in cui entro nel mio settore lavorativo sono molto auto-referenziale), quando devo preparare, sistemare o riformare il banco gastronomia, ho come punti di riferimento latenti i disegni dell’architettura araba, con le loro innumerevoli simmetrie, per non dire delle regole inerenti la sezione aurea, sino a tenere pure in considerazione i primi numeri di Fibonacci.
        Io ritengo che anche per vendere prosciutto all’ipercoop sia importante leggere le cose più svariate: vanno bene testi esplicativi sui prodotti DOP e IGP, o sugli abbinamenti cibo-vino, ma è anche necessario leggere Tex Willer, Bar Sport, o La Teoria della Relatività spiegata da Bertrand Russell.
        E ovviamente seguire corsi formativi, in special modo quelli della FdT. *
        (*) non è una sviolinata, sono negato per la musica.
        Hasta luego, Don.

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