Decadimento generativo

dropGABRIELE GARBUCELLI – Cos’è ordine? Quanta energia ci è richiesta per mantenere i sistemi ordinati? Dove risiede l’equilibrio delle forze?

L’uomo ha nei secoli realizzato strumenti, cose, artefatti per creare ordine ricercando l’equilibrio con l’ambiente, interpretandolo e modificandolo. Ha estrapolato dalla realtà visibile forme geometriche, generando riproduzioni parziali di armonie naturali. Ha creato schemi, strutture, nel desiderio comprendere la complessità, di rendere la realtà tollerabile, di imbrigliare un ambiente in costante mutamento.

Opporsi al mutamento richiede energia, perché significa generare una frizione contraria ad un processo naturale. Da un punto di vista pratico si tende a dire che tutto decade, senza tuttavia identificare il “dove”. Questo si traduce nella percezione che il decadimento abiti, se non nell’ignoto, nel nulla. Nella realtà delle cose la chimica ben ci insegna che “tutto si trasforma”. In questa prospettiva il cambiamento ha un altro valore, quello generativo e non degenerativo. Nella nostra visione del mondo se una cosa si degrada essa diventa inservibile, da cui lo sforzo di mantenerla il più possibile intatta. Del prodotto che deriva dal cambiamento non sappiamo che farcene e diviene semplicemente “scarto”. Ma questo scarto ha un valore, in un sistema però differente da quello che lo ha generato.

Possono dunque esistere nuove modalità per creare ordine? Esistono modalità che invece di contrapporsi all’entropia, ne sfruttino le proprietà, ne cavalchino l’onda, facendo sì che una nuova idea di ordine possa sorgere?

L’uomo nel tempo si è irrigidito rimanendo spesso arroccato nell’eterno dilemma delle contrapposizioni… “o questo, o quello”… contrapposizioni che non contemplano vie alternative.

Forse l’uomo non dovrebbe mai perdere la possibilità di scoprire soluzioni “altre” interrogandosi con un … “e se invece?”. Non dovrebbe dimenticarsi di trovare altri insiemi in cui gli elementi (o gli scarti) trovino nuova vita. Questo significa superare il limite creativo, facendo si che il pensiero non rimbalzi più tra un polo e l’altro di una realtà dicotomica.

Quanto detto ci induce ad una riflessione. I confini esistenti tra singoli, tra gruppi, nelle organizzazioni e nella società dovrebbero impossessarsi di nuove proprietà. Questi insiemi possono generare innovazione se le loro pareti divengono più permeabili contemplando la possibilità di contaminarsi, trasferendo la possibilità di “andare oltre”. E’ impensabile che il processo creativo e la conseguente innovazione sorgano laddove si ergono robusti muri di contenimento. Servono  strutture, organizzative e non, in grado di creare un  equilibrio coerente con l’essenza dell’uomo.  Spazi ordinati, anche contenitivi, ma che avvolgano senza stritolare. Spazi fluidi che si adattino all’uomo e alle sue sfaccettature. Forme di ordine che siano coerenti con ciò che l’uomo è, che non spingano all’evasione, a fughe centripete, alla perdita di fiducia nelle istituzioni sociali ed economiche.

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