Il passaggio generazionale

faher and sonROBERTO PALMIERI – Uno dei temi più caldi per le imprese, soprattutto in un periodo di crisi economica come quello che stiamo vivendo oggi in Italia, è quello del passaggio generazionale, cioè della successione dei figli a capo di un’azienda. Un tema reso ancor più importante in un Paese nel quale le imprese a carattere familiare sono il 92%, cioè quasi il 30% in più rispetto a una media europea del 66%, e quelle dov’è in atto la convivenza generazionale circa la metà, cioè il 43%. Sono proprio questi numeri a rendere evidente l’entità del problema, poiché di questo 92% quelle che normalmente scompaiono alla seconda generazione sono circa un terzo, e quelle che superano la terza generazione sono solo il 4,9%.

Si tratta di una vera mattanza, l’ennesima mattanza italiana alla quale si può porre rimedio unicamente mettendo questo problema al centro di un’auspicabile progetto di rinascita industriale.

Questo è quello che ha cercato di fare Fòrema, società di Confindustria Padova che ha chiesto a Forma del Tempo di studiare questo tema e organizzare uno degli appuntamenti del Mese della Formazione, ciclo di eventi che hanno riguardato ottobre 2013 e che ha visto partecipare diverse generazioni di imprenditori padovani al convegno intitolato: Di padre in figlio: passaggio o convivenza generazionale?

L’unica possibile risposta a questa domanda, che contiene non a caso i due principali termini del problema, collegandoli giustamente tra loro, è: entrambi.

Infatti la premessa sinteticamente più corretta per approcciare questo tema è quella che si ricollega a una delle battute conclusive della rappresentazione teatrale che ha aperto il convegno: <Il passaggio generazionale non è un evento ma un processo, che prevede la condivisione di un progetto.>

Ciò significa che convivenza e passaggio sono due facce della stessa medaglia, una medaglia che può essere vinta solo a patto che si avvii un processo basato sul binomio tradizione/modernizzazione, un processo condiviso che permetta a chi lascia di testare l’affidabilità dell’erede, e a chi eredita di dimostrare la propria capacità gestionale. Si tratta di un tempo “strategico”, cioè scandito da un piano che vede l’attuazione del passaggio “per gradi”.

Per fare ciò occorrono solo due ingredienti: tempo e consapevolezza.

Riguardo al primo non vi è assolutamente carenza, visto che l’allungamento della vita media comporta nella maggior parte dei casi una lunghissima fase di convivenza generazionale, di cui si potrebbe fare davvero tesoro. Riguardo al secondo emerge invece con chiarezza che entrambe le parti hanno molto da lavorare.

Per un padre, essere consapevole di dover “lasciare” non è affatto semplice, perché in quel verbo rientra il tema della “fine”, e non tutti sono in grado di comprendere che l’ovvietà di questo passaggio non è una condanna, ma un’opportunità per vivere al meglio una nuova fase della vita, anche se si tratta comunque di una fase conclusiva. Per guadagnare questa consapevolezza occorre essere abbastanza saggi da ricordare che la vita di ognuno è scandita da continui cambiamenti, necessari per poter vivere pienamente ogni fase dell’esistenza, cambiamenti che chiedono di essere vissuti con uno sguardo sempre rivolto al futuro. Si tratta però di cambiamenti che richiedono uno sforzo di preparazione, che potremmo tradurre con l’idea di lasciare perfettamente in ordine la casa vecchia prima di entrare in quella nuova, e che la cura verso la vecchia casa, certamente ci farà trovare una casa migliore in futuro. La consapevolezza di cui parliamo è quella che ci fa progettare il nostro futuro con spirito di ricerca, cioè con uno sguardo pieno di curiosità e fiducia verso nuove possibilità che l’età matura indubbiamente prospetta. Solo in questo modo avremo “più figli” pronti ad assumersi responsabilità che “più padri” sentirebbero di riporre in buone mani, prima di mettersi in viaggio verso una nuova avventura.

Per un figlio, di conseguenza, essere consapevole significa guadagnarsi quella fiducia con spirito di sacrificio e umiltà, ma anche mantenersi aperti al mondo con lo stesso spirito imprenditoriale che ha ovviamente condotto il padre fin qui, in modo da prepararsi a portare il proprio contributo di innovazione generazionale.

Consapevolezza delle parti e avvio di un processo sono quindi due nette indicazioni che  Forma del Tempo ha voluto dare ai convenuti per iniziare la discussione su una solida base. Indicazioni che possono apparire fredde nella loro definizione, ma che poggiano su uno studio appassionato, un’analisi che vuole tenere conto delle emozioni in gioco, dettate in primo luogo dal fatto che la convivenza generazionale è sempre permeata dal conflitto generazionale, un caposaldo delle narrazioni di tutti i tempi.

Proprio utilizzando la narrazione, per non negare tale conflitto e il suo enorme portato emozionale, l’esperienza del convegno si è aperta con la “messa in scena” del tema, una breve rappresentazione teatrale delle criticità che ha dato modo alla platea di condividere innanzitutto i sentimenti che stanno alla base di questo problema, una prima fase alla quale ne è seguita una seconda dedicata allo scambio di esperienze tra i partecipanti, e quindi una terza di focus sugli obiettivi, terminata con la breve e positiva conclusione della rappresentazione teatrale.

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2 thoughts on “Il passaggio generazionale