Siamo tutti un po’ scimmie?

Cambiamento è una delle parole più usate e abusate negli ultimi 10 anni, soprattutto quando si parla di organizzazioni e persone. Dappertutto si invitano le aziende ad abbracciare i processi di cambiamento. Nessuna azienda oggi può permettersi di rimanere la stessa. Evitare di mettersi in discussione e di cambiare velocemente significa, in molti casi, rischiare di scomparire.

Ma questo, nella nostra esperienza di consulenti, si scontra fortemente con la disponibilità, la capacità e la velocità delle organizzazioni di cambiare. Anche la sola consapevolezza della necessità di farlo non basta.

Tra le cause principali che frenano e condizionano i processi di cambiamento e di apprendimento vi sono le abitudini consolidate delle persone che lavorano in azienda, e che rappresentano uno degli scogli più duri per avviare un cambio culturale più profondo.

 

Le abitudini sono tra i principali fattori limitanti dello sviluppo personale in termini di cambiamento: esse condizionano i nostri comportamenti. Abitudine significa reagire sempre nello stesso modo di fronte ad una situazione tipica.

Questo mi fa venire in mente un articolo che ho letto circa un mese fa su un esperimento condotto a metà degli anni 60 dal Dr Stephenson con un gruppo di macachi. L’esperimento riguardava i processi di apprendimento e di trasmissione delle regole. Un po’ di ricerche sulla rete hanno indicato come l’esperimento si è svolto realmente giungendo a queste conclusioni: le tradizioni, le regole e le convenzioni sociali spesso vengono portate avanti per imitazione e senza riflettere sulla loro origine o perdendone completamente di vista l’obiettivo reale. Come si dice in America: “Monkey see, monkey do”.

 

L’esperimento nella forma romanzata racconta di  5 scimmie chiuse dentro una gabbia al cui soffitto sono appese delle banane, e predisposta una scala sotto di essa, in modo da raggiungerle facilmente.

Quando la prima scimmia comincia a salire la scala per prendere i frutti, il ricercatore la bagna con acqua gelata. Oltre a bagnare la scimmia che ha tentato di raggiungere le banane spruzza anche le altre 4 nella gabbia. La scimmia sulla scala torna a terra e tutte e 5 restano sul pavimento, bagnate e disorientate.

Poi, una seconda scimmia prova a raggiungere le banane, anche lei e le altre scimmie vengono bagnate con acqua gelata.

La procedura è stata ripetuta ogni volta che una scimmia provava a raggiungere le banane, fino a quando nessuna delle 5 scimmie ha più tentato di afferrare i frutti.

La seconda parte dell’esperimento ha previsto l’introduzione di una nuova scimmia nella gabbia al posto di una di quelle iniziali. Appena questa si accorge dei frutti tenta subito di raggiungerle. Ma le altre scimmie conoscendo l’esito la assalgono, costringendola a scendere. Alla fine anche lei, come le altre 4 scimmie, rinuncia a mangiare le banane senza mai essere stata spruzzata con l’acqua gelata, quindi senza sapere perché non potesse farlo.

A questo punto un’altra scimmia scelta tra le 4 originarie rimaste, è stata sostituita con una nuova.

Anche in questo caso la nuova arrivata prova a raggiungere la banana ma viene bloccata dalle altre scimmie, compresa quella che non era stata bagnata e che  non conosceva le reali motivazioni al divieto né il conseguente getto d’acqua gelata.

La procedura di sostituzione viene ripetuta finché nella gabbia sono presenti solo scimmie “nuove” rispetto alla situazione di partenza.

Ogni volta che una scimmia veniva introdotta provava a raggiungere il cibo, ma veniva aggredita dalle altre scimmie (sia quelle che conoscevano la punizione del getto d’acqua, che quelle che si adattavano alle regole interne del gruppo senza conoscere il reale motivo dell’aggressione e del divieto).

Il “nuovo” gruppo era ignaro della reale motivazione al divieto di raggiungere il cibo e, nonostante ciò, immobili e impaurite dal tentare di salire sulla scala.

Una nuova regola era stata tramandata alla generazione successiva, alcuni comportamenti erano stati acquisiti, ma le sue motivazioni erano scomparse con la scomparsa del gruppo che l’aveva appresa.
Parecchie volte vedo questo atteggiamento anche nelle aziende, dove sentiamo dire: “Abbiamo sempre fatto così”, evidenziando un atteggiamento di resistenza verso i processi di cambiamento.

Qualche mese fa in un azienda meccanica nostra cliente mi è capitato di assistere ad un episodio simile tra Michele, un anziano caporeparto, e Giacomo, un giovane neoassunto.

Giacomo, che era in fase di apprendimento, chiedeva chiarimenti rispetto ad una procedura e nel contempo proponeva anche una soluzione migliore rispetto a quella in essere. Michele dal canto suo, un po’ perché convinto rispetto al modo di agire, un po’ perché non voleva uscire dalla propria zona di confort, un po’ per supponenza rispondeva con la fatidica frase: “Guarda Giacomo qui abbiamo sempre fatto così e questo ci ha portato ad aver successo. Quindi perché cambiare?”.

La routine ha fatto si che con il tempo, si perdano le ragioni, i motivi che hanno portato a utilizzare quel metodo rispetto ad un altro. Le persone non si domandano neanche il perché di alcune procedure o regole.

Con il tempo le regole sono talmente interiorizzate che nessuno ha più ritenuto necessario capire il motivo di tali scelte o a valutare se quelle scelte corrispondano ancora ai bisogni attuali.

 

Rimane valida un’unica regola che si applica in tutti i contesti: il cambiamento è l’unica costante della nostra vita. Occorre imparare a disabituarsi velocemente: per aumentare il processo di apprendimento è necessario disimparare e imparare. E come corollario: è necessario sviluppare la capacità di imparare ad apprendere, forzando le nostre abitudini consolidate.

Nell’attuale scenario sopravvivono e si sviluppano solo le organizzazioni che sanno essere open, aperte al cambiamento, in grado di gestire la complessità data dalle diverse variabili in gioco.

Facilitare il cambiamento in questa direzione avviene attraverso un’evoluzione culturale delle persone che lavorano in azienda, a cominciare dai capi e dal loro modo di interpretare la leadership.

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2 thoughts on “Siamo tutti un po’ scimmie?

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