LSD – Lavorare Senza Dirigenti

Negli anni ’30 del 900 Evans Pritchard, uno dei massimi esponenti dell’antropologia sociale, scrisse I Nuer, un’anarchia ordinata, un’etnografia che rese di fama mondiale questa popolazione sudanese in cui gli unici capi sono quelli di bestiame, vera e propria risorsa economica intrisa di sacralità.

Quello che E. Pritchard aveva studiato era un sistema di organizzazione sociale strutturato attraverso una precisa teoria dei sistemi segmentari che garantiva un’alternanza quasi cibernetica di momenti di pace e di conflitto.

Un sistema piuttosto diffuso tra le società tribali dell’Africa settentrionale che presentano un modello preciso di organizzazione socio-politica di società acefale, prive cioè di una struttura centralizzata di potere.

Secondo tale modello, le società si fondano sulla contrapposizione di segmenti di lignaggio che organizzano e controllano il territorio. In un certo momento e in una determinata sezione del territorio, un sistema di lignaggio (per es., un uomo e i suoi figli maschi) si contrappone a un sistema in tutto analogo (un uomo, fratello del primo, e i suoi due figli maschi, cugini dei precedenti).

In una fase successiva gli stessi sistemi (e dunque le stesse persone) possono riaggregarsi in un’unità più ampia che, a sua volta, si contrappone a un’unità analoga, appartenente al medesimo lignaggio. Il sistema politico-territoriale si fonda, dunque, sull’opposizione bilanciata e complementare di sistemi di gruppi unilineari di discendenza, che organizza la distribuzione dei gruppi sul territorio definendone i reciproci rapporti di forza.

Il concetto potrebbe apparire complesso, ma in sintesi non è altro che un codice di legami sociali tale per cui due gruppi (A e B) appartenenti allo stesso lignaggio potrebbero scontrarsi, ma se uno dei due dovesse venire attaccato da un gruppo di altro lignaggio, A e B hanno l’obbligo di allearsi. Questo sistema garantisce l’alternanza di conflitti e negoziazioni per la pace praticamente automatici.

Come si può evincere da questa breve descrizione della Treccani i gruppi possono funzionare anche senza arrivare ad individuare dei veri e propri capi.

Fatto che appare paradossale se paragonato a quanto scrive Gibbon nella sua opera Declino e caduta dell’Impero Romano a proposito del concetto di leadership diffusa tra i legionari, indotti a temere i loro generali più dei nemici stessi.

Sempre Evans Pritchard nella sua opera Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande, individua in tali pratiche ulteriori meccanismi di regolazione e di equilibrio sociale molto potenti.

Appare tuttavia chiaro che non possiamo pretendere che si utilizzi la stregoneria per realizzare uno strumento di controllo e gestione delle società e delle organizzazioni moderne, anche perché, detto tra noi, sembra funzioni solo per chi ci crede.

Ma soprattutto, è ancora applicabile il modello organizzativo ancorato allo schema comando-controllo reso celebre dal Fordismo e dal Taylorismo?

Non risulta più moderno e plausibile parlare di autogestione? Di un paradigma capace di rappresentare la nuova frontiera verso l’autorealizzazione delle persone e dar corpo all’auspicato equilibrio tra le autorità dell’organigramma e l’autorevolezza nei risultati? Tra un tempo lavorativo e un tempo extra lavorativo, tra una dimensione esecutiva e una rigenerante?

Questa auspicata dimensione non potrà che far cadere le barriere psicologiche di sempre: resistenza al cambiamento, mancanza di senso d’appartenenza, riluttanza verso la diversità e alla contaminazione tra nuove comunità (virtuali o meno); incapacità di saper vedere nuovi luoghi di esplorazione anche, come direbbe Augè, nei non luoghi della surmodernità.

Probabilmente per andare incontro al futuro non sarà necessario seguire i consigli di Rousseau, tornare cioè al primitivo e diventare così figli della natura, da apparire individui talmente moderni e rivoluzionari da riuscire a vedere le cose per quello che sono, intrise di così tanto valore da provarne imbarazzo.

O forse servirebbe davvero un David-Lazarus-Bowie che torni e desti, cantando “Loving the alien”, quell’esserino che vive da straniero nel corpo che da sempre ci appartiene.

 

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